Tag: etica professionale

  • Quando chi vende la tecnologia insegna come usarla

    Quando chi vende la tecnologia insegna come usarla

    Pochi giorni fa, Dario Amodei, cofondatore di Anthropic, ha lanciato un appello affinché la corsa verso un’intelligenza artificiale sempre più potente venga controllata. Eppure, la scuola sembra viaggiare su un binario opposto, nonostante recentemente alcuni Stati abbiano iniziato a imporre restrizioni all’uso dell’AI, almeno tra i giovanissimi.

    Questa apparente discordanza mi ha fatto tornare in mente un articolo riguardo il libro Coding Kids, della giornalista N. Singer.

    Negli Stati Uniti, grandi aziende come Microsoft, OpenAI e Alphabet offrono seminari gratuiti agli insegnanti di ogni ordine e grado, un po’ come le grandi compagnie farmaceutiche fanno con i medici.

    Da un lato, è essenziale che i docenti si mantengano aggiornati sulle ultime novità tecnologiche. Dall’altro, però, sorge spontanea una domanda: quale interesse hanno le aziende tecnologiche dietro questo servizio?

    D’altronde, questi seminari sono solo uno dei tanti modi in cui i giganti dell’hi-tech stanno permeando il mondo dell’educazione. Non solo: queste stesse realtà riforniscono le scuole degli strumenti necessari all’uso della tecnologia: laptop, tablet, sistemi operativi e software vari. Di conseguenza non è così difficile rendersi conto che, in qualità di fornitori, possono già avere un’influenza su cosa e come imparano gli studenti. Ed ecco il paradosso: le aziende che pubblicamente dichiarano la necessità di controllare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sono le stesse che spingono per portare i nuovi chatbot nelle scuole e sostengono l’inserimento dell’informatica già a partire dalla scuola primaria.

    Questo potenziale conflitto d’interessi è tutt’altro che facile da risolvere. A mio avviso, conoscere e utilizzare consapevolmente le nuove tecnologie è un passo che la scuola deve essere pronta a compiere.

    D’altra parte, nessuno di noi probabilmente vorrebbe un corso di ecologia ambientale sponsorizzato da una multinazionale petrolchimica.

    A questo punto la risposta al dilemma risiede in quello che per noi deve essere lo scopo profondo della scuola. Stimolare il pensiero critico negli studenti e aiutarli a scoprire e perseguire le loro passioni? Guidarli nella crescita personale, affinché diventino persone indipendenti? Oppure prepararli a inserirsi nel mondo del lavoro e a rispondere alle esigenze dell’industria emergente?

    Forse tutte queste cose assieme. Ma c’è una cosa che non possiamo lasciare decidere alla tecnologia: che tipo di scuola vogliamo costruire. L’intelligenza artificiale può essere uno strumento straordinario, ma rimane uno strumento. La domanda, allora, non è se dobbiamo portarla nelle nostre aule. La domanda è per fare cosa. E, soprattutto, per formare chi.

  • Il coraggio di ascoltare la voce degli studenti

    Il coraggio di ascoltare la voce degli studenti

    Se qualcuno mi chiedesse quali sono i professionisti che più temono la valutazione, scoppierei in una risata amara. Infatti la risposta è paradossale: sono proprio coloro che della valutazione hanno fatto la loro carriera, gli insegnanti.

    E ne ho avuto l’ennesima conferma pochi giorni fa, quando ho proposto ad alcuni colleghi di sottoporre ai propri studenti un questionario di fine anno. Parliamo di colleghi che stimo, che sono apprezzati dai propri studenti e che fanno davvero un buon lavoro. Eppure, è bastato nominare un questionario perché nei loro occhi comparisse il terrore.

    Nessuno di noi, insegnante o meno, vive il giudizio in assoluta serenità. Io per prima. Forse è proprio per questo che tendiamo a evitarlo quando possiamo. E non c’è nulla di male: fa parte del nostro essere umani. Ma come docente so che sarò giudicata dal primo istante che metto piede in una nuova classe. Che io lo voglia o meno. E non solo. Sarò giudicata su una scala di valori che spesso va ben oltre il modo in cui spiego matematica. Ha davvero senso fare lo struzzo e fingere che i miei studenti non abbiano alcuna opinione su di me e sul mio operato? Secondo me no. Ecco perchè ho scelto di uscire dalla mia comfort zone: affrontare le mie sacrosante insicurezze e prestare ascolto alla voce delle persone che sono il fulcro del mio lavoro.

    Non mentirò: mi tremano ancora le mani quando sto per cliccare il fatidico link che mi permetterà di leggere le risposte dei miei studenti. Eppure, posso dire con assoluta sincerità che da questi questionari ho portato a casa qualcosa di inestimabile. A volte ho versato lacrime di commozione per elogi che non mi aspettavo. Altre volte ho riflettuto profondamente su aspetti metodologici che mi hanno colto di sorpresa. Altre ancora ho ricevuto critiche. Le critiche mi hanno fatto male, mi hanno fatto arrabbiare. Ma, una volta messo da parte il mio orgoglio ferito, sono state quelle da cui ho imparato di più.

    Sono infinitamente grata a tutti i miei studenti che, una volta terminata la scuola, hanno scelto di dedicarmi cinque minuti del loro tempo per valutarmi. So che, grazie a loro, il prossimo anno potrò correggere alcuni dei miei errori. Per farne di nuovi, questo è ovvio, ma potrò anche continuare a migliorarmi, come insegnante e come persona.

  • Gli insegnanti invisibili

    Gli insegnanti invisibili

    Degli insegnanti invisibili nella scuola non te ne accorgi, compaiono e scompaiono come il vento.

    Gli invisibili non sono i docenti discreti, non sono quelli che lavorano in silenzio, non sono quelli che attraversano un momento difficile. Gli invisibili sono altro: sono quelli che hanno scelto di non esserci. Hanno capito che nella scuola, spesso, chi non disturba non viene disturbato. E allora non disturbano. Non sono empatici, non prendono posizione, non rischiano una parola, non accendono un conflitto, non costruiscono un rapporto. Passano. Timbrano. Spiegano il minimo: leggono monotonicamente chilometri di slide che nessuno studente ascolta. Valutano il minimo. Pretendono il minimo.
    Il problema è che il minimo, a scuola, non è neutro. Il minimo educa comunque. Educa alla mediocrità, alla rinuncia, all’idea che basti attraversare i luoghi senza abitarli.

    Il loro è un comportamento consapevole: una strategia di sopravvivenza fondata sul comodo anonimato e sulla fuga dalla responsabilità educativa. Per loro la scuola è un bancomat, il 23 di ogni mese prelevano uno stipendio che non hanno davvero onorato.
    Gli invisibili sono la metastasi silenziosa della scuola; non fanno rumore, non provocano scandali, non lasciano tracce evidenti, la stanno divorando dall’interno.
    Consumano lentamente ciò che dovrebbe essere vivo: il desiderio di imparare, la fiducia negli adulti, l’idea che la scuola possa ancora vedere uno studente, riconoscerlo, prendersene cura.

  • Lasciate ogni aula o voi che non avete passione

    Lasciate ogni aula o voi che non avete passione

    Un giorno una collega mi disse: “Insegnare è un atto di amore”. E io non posso che essere d’accordo. La passione per l’insegnamento a scuola non è un ornamento: è la condizione minima per non fare danni.

    Ho passato vent’anni dopo la laurea a lavorare come ingegnere informatico, in aziende che mi hanno regalato grandi soddisfazioni e mi hanno fatto conoscere colleghi in gamba, con cui ho costruito intensi rapporti di reciproca stima.

    Nel mezzo del cammino di mia vita ho deciso di dedicarmi all’insegnamento, per – come dice Crepet – condividere l’esperienza che avevo vissuto così intensamente. È stata una decisione difficile, sapevo bene cosa lasciavo, ma sapevo anche che stavo scegliendo una professione che mi avrebbe dato tanto e a cui avrei potuto dedicarmi con passione ed entusiasmo.

    E sono felice che tutte le mie attese, tutti i miei sforzi, siano culminati in un lavoro che adoro.

    Adoro spendermi perché, anche mezza cosa, funzioni meglio, adoro le sveglie alle 5 per ripassare la lezione, adoro che ChatGPT mi sistemi una mail perché odio il burocratese, adoro perdermi in una conversazione di ore con una collega, adoro progettare lezioni o unità di apprendimento alternative, adoro inforcare la bicicletta e andare a scuola perché ogni giorno non è mai uguale al precedente.

    Sì, insegnare è un atto d’amore. E come tutti gli atti d’amore hanno bisogno di passione e prima di ricevere bisogna dare, perché ogni giorno ti ritrovi davanti quelli che saranno il futuro del nostro Paese e tu devi dar loro ciò che si aspettano. Solo così loro ti daranno soddisfazione e ti faranno sentire vivo.

    È facile puntare il dito contro le nuove generazioni – maleducati, irrispettosi, insolenti, arroganti, cafoni – tutto vero, forse. Ma si parla mai abbastanza del rovescio della medaglia? Degli insegnanti che NON insegnano? Di quelli che entrano a scuola già incazzati, pronti a lamentarsi di qualsiasi cosa, o che da 5, 10, 15, 20, 25 anni ripetono la stessa cantilena che gli studenti devono imparare a memoria per raggiungere il fatidico 6 — che poi arriva comunque, perché altrimenti bisognerebbe rientrare una settimana prima dai tre mesi di ferie estive.

    Davvero vogliamo far credere che con 100-200-300 euro in più al mese i peggiori colleghi si trasformeranno in Maria Montessori?

    Non succederà mai!

    Perché la scuola non è un ambiente meritocratico e, soprattutto, è un ambiente in cui – che tu faccia o che tu NON faccia – non devi mai rispondere a nessuno. Le rare volte in cui sei chiamato a rispondere ci sarà sempre un azzeccagarbugli di turno che ti tirerà fuori dai problemi.

    Quello dell’insegnante è il lavoro più bello del mondo.

    È una missione. La senti sotto pelle. Non sono un fan degli Ordini professionali ma dovrebbe esistere un Ordine degli Insegnanti dove, per entrare, devi sottoporti ad una sorta di giuramento di Ippocrate la cui prima regola è “primus non nocere” e da cui vieni allontanato se viene rilevato, oltre ogni ragionevole dubbio, che non sei in grado – o non hai più voglia – di insegnare.

    La conclusione di questo articolo è: l’insegnamento non è un secondo lavoro, è il tuo primo e unico.

    Se abbracci questa meravigliosa professione solo per avere pomeriggi liberi o tre mesi di ferie, per favore, vai a fare altro!

    La scuola non ha bisogno della tua ignoranza.