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    Gli insegnanti invisibili

    Degli insegnanti invisibili nella scuola non te ne accorgi, compaiono e scompaiono come il vento.

    Gli invisibili non sono i docenti discreti, non sono quelli che lavorano in silenzio, non sono quelli che attraversano un momento difficile. Gli invisibili sono altro: sono quelli che hanno scelto di non esserci. Hanno capito che nella scuola, spesso, chi non disturba non viene disturbato. E allora non disturbano. Non sono empatici, non prendono posizione, non rischiano una parola, non accendono un conflitto, non costruiscono un rapporto. Passano. Timbrano. Spiegano il minimo: leggono monotonicamente chilometri di slide che nessuno studente ascolta. Valutano il minimo. Pretendono il minimo.
    Il problema è che il minimo, a scuola, non è neutro. Il minimo educa comunque. Educa alla mediocrità, alla rinuncia, all’idea che basti attraversare i luoghi senza abitarli.

    Il loro è un comportamento consapevole: una strategia di sopravvivenza fondata sul comodo anonimato e sulla fuga dalla responsabilità educativa. Per loro la scuola è un bancomat, il 23 di ogni mese prelevano uno stipendio che non hanno davvero onorato.
    Gli invisibili sono la metastasi silenziosa della scuola; non fanno rumore, non provocano scandali, non lasciano tracce evidenti, la stanno divorando dall’interno.
    Consumano lentamente ciò che dovrebbe essere vivo: il desiderio di imparare, la fiducia negli adulti, l’idea che la scuola possa ancora vedere uno studente, riconoscerlo, prendersene cura.