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  • La scuola al giorno zero dell’intelligenza artificiale

    La scuola al giorno zero dell’intelligenza artificiale

    Se ci venisse chiesto che cosa pensiamo dell’intelligenza artificiale, assisteremmo probabilmente a una profusione di risposte: alcune simili tra loro, molte profondamente diverse. Dietro ciascuna di esse, però, aleggerebbe quasi sempre un miscuglio di entusiasmo, preoccupazione, curiosità, ignoranza, interesse e nervosismo.

    In un momento storico segnato da una profonda incertezza, mentre il mondo continua a consumarsi tra guerre e angosce, stiamo ancora cercando di comprendere quale sarà l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla nostra vita quotidiana.

    Di fatto, siamo ancora al giorno zero, nonostante siano trascorsi quasi quattro anni dalla prepotente comparsa di una versione stabile e, almeno in apparenza, affidabile di ChatGPT. Continuiamo a interrogarci sulle possibili conseguenze economiche, sociali e politiche di una tecnologia che evolve a una velocità senza precedenti.

    L’Italia si sta muovendo con molta, forse troppa, circospezione. Anche il mondo della scuola risente inevitabilmente di questa incertezza. Lo scorso agosto sono state pubblicate delle Linee guida per il secondo ciclo di istruzione che hanno lasciato l’impressione di voler affrontare la questione, ma soltanto fino a un certo punto. Nel frattempo cresce la preoccupazione per gli adempimenti previsti dall’AI Act e le scuole stanno cercando di correre ai ripari in autonomia, senza un indirizzo comune e senza una visione realmente condivisa.

    La sensazione è che si stia procedendo un po’ alla giornata e che, inevitabilmente, si stia perdendo tempo.

    È comprensibile che sia necessario un periodo di assestamento. Le aziende si stanno riorganizzando per assorbire una tecnologia la cui crescita non ha precedenti e stanno rivedendo i propri piani, anche in termini di nuove assunzioni, trasformazione delle professionalità e possibili licenziamenti. Ma, terminata questa fase, il sistema ripartirà a pieno regime. E a quel punto non potremo più permetterci di osservare il cambiamento da lontano.

    La questione principale, per la scuola, non è rivoluzionare la didattica inondando le aule di strumenti di intelligenza artificiale, spesso adottati senza una reale necessità e senza un progetto educativo. La priorità dovrebbe essere un’altra: prendere consapevolezza del cambiamento in atto e aiutare i nostri studenti a comprenderlo, interpretarlo e affrontarlo.

    Troppo spesso le iniziative che hanno caratterizzato le riforme della scuola sono state concepite con l’obiettivo di produrre non esseri pensanti, ma prodotti pronti per essere immessi nel mercato del lavoro. Anche la riforma degli istituti tecnici che introduce il modello 4+2, pensata – secondo chi l’ha proposta – per preparare meglio gli studenti al mondo del lavoro, rischia di apparire incompatibile con i tempi che stiamo vivendo.

    Oggi domina infatti una grande incertezza. È probabile che alcuni posti di lavoro scompaiano, che molte professioni vengano profondamente trasformate e che ne nascano altre completamente nuove. Nessuno, però, ha davvero chiaro quale sarà la situazione tra cinque o dieci anni.

    Allora mi chiedo: ha senso prototipare gli studenti per inserirli in un mercato del lavoro così incerto? Oppure sarebbe più utile fornire loro gli strumenti necessari per comprendere il cambiamento, adattarsi e muoversi con maggiore flessibilità in una realtà che non possiamo ancora prevedere?

    Tra questi strumenti deve esserci, senza dubbio, un’alfabetizzazione consapevole all’intelligenza artificiale. Non una semplice formazione all’uso di qualche applicazione, ma un percorso che permetta agli studenti di comprenderne le opportunità, i limiti, i rischi e le implicazioni.

    Perché il compito della scuola non dovrebbe essere quello di preparare gli studenti a un lavoro preciso, destinato forse a non esistere più, ma quello di renderli capaci di abitare consapevolmente un futuro che ancora non conosciamo.