Tag: responsabilità educativa

  • Il mestiere scomodo di preparare al futuro

    Il mestiere scomodo di preparare al futuro

    Io faccio l’insegnante e sono un rompicoglioni. Lo so, e mi dispiace pure esserlo. Però è l’unico modo che conosco per aiutare i miei studenti a sviluppare autonomia, responsabilità e capacità di affrontare il futuro.

    Io ho 90 settimane scarse di tempo per preparare i miei studenti a quello che li aspetterà: il futuro. Sento forte la pressione, a volte mi sveglio di notte con gli incubi di non aver fatto abbastanza, continuo a mettere la sveglia alle 4:30.

    Insegnare significa trasmettere conoscenze, certo, ma soprattutto facilitare la costruzione di quelle competenze che diventano fondamentali nei processi di apprendimento. Non è mero nozionismo. È, piuttosto, una forma di maieutica, per dirla con Socrate: usare il dialogo e le domande giuste per aiutare l’altro a tirare fuori il proprio pensiero, a costruire risposte, a sviluppare senso critico. Non imporre conoscenze preconfezionate, ma aiutare gli studenti a diventare capaci di pensare.

    Mi piace molto una frase di Velasco che sostiene che bisogna imparare a schiacciare palloni alzati male; è facile schiacciare palloni alzati bene. Questa, per me, è una metafora della vita. Noi dobbiamo insegnare ai nostri ragazzi a essere autonomi, a risolvere situazioni diverse, anche quelle scomode, anche quelle che li costringono a uscire dalla propria comfort zone.

    Non è un caso che le tanto decantate competenze si compongano di autonomia e responsabilità. 

    L’autonomia non nasce quando tutto è chiaro, ordinato e prevedibile. Nasce quando lo studente si trova davanti a un problema, sente di potercela fare, prova una strada, magari sbaglia, perché nessuno è perfetto , ma poi torna indietro e riparte. La responsabilità nasce lì: nel momento in cui capisce che il suo modo di affrontare le cose conta.

    Forse essere un rompicoglioni, a scuola, significa anche questo: non accontentarsi di prepararli solo quando il pallone è alzato bene, ma allenarli a restare lucidi anche quando arriva storto.

  • Gli insegnanti invisibili

    Gli insegnanti invisibili

    Degli insegnanti invisibili nella scuola non te ne accorgi, compaiono e scompaiono come il vento.

    Gli invisibili non sono i docenti discreti, non sono quelli che lavorano in silenzio, non sono quelli che attraversano un momento difficile. Gli invisibili sono altro: sono quelli che hanno scelto di non esserci. Hanno capito che nella scuola, spesso, chi non disturba non viene disturbato. E allora non disturbano. Non sono empatici, non prendono posizione, non rischiano una parola, non accendono un conflitto, non costruiscono un rapporto. Passano. Timbrano. Spiegano il minimo: leggono monotonicamente chilometri di slide che nessuno studente ascolta. Valutano il minimo. Pretendono il minimo.
    Il problema è che il minimo, a scuola, non è neutro. Il minimo educa comunque. Educa alla mediocrità, alla rinuncia, all’idea che basti attraversare i luoghi senza abitarli.

    Il loro è un comportamento consapevole: una strategia di sopravvivenza fondata sul comodo anonimato e sulla fuga dalla responsabilità educativa. Per loro la scuola è un bancomat, il 23 di ogni mese prelevano uno stipendio che non hanno davvero onorato.
    Gli invisibili sono la metastasi silenziosa della scuola; non fanno rumore, non provocano scandali, non lasciano tracce evidenti, la stanno divorando dall’interno.
    Consumano lentamente ciò che dovrebbe essere vivo: il desiderio di imparare, la fiducia negli adulti, l’idea che la scuola possa ancora vedere uno studente, riconoscerlo, prendersene cura.

  • Elogio all’imperfezione

    Elogio all’imperfezione

    Imperfezione significa anche essere a disagio, uscire dalla nostra comfort zone; significa trovarsi in difficoltà e dover gestire l’ansia sotto pressione.

    Se io spiano costantemente la strada, se semplifico tutto, se regalo tutto, se cancello quell’ansia che in piccole dosi permette di superare i propri limiti, lo studente ne uscirà uniformato, appiattito e, in definitiva, sminuito.

    Il kintsugi è un’antica arte giapponese che consiste nel riparare ceramiche rotte unendo i frammenti con resina o lacca e polvere d’oro, argento o platino. Anziché nascondere le crepe, la tecnica le valorizza, trasformando l’oggetto rotto in un’opera dal valore ancora più grande.

    Io devo essere un po’ come un maestro di kintsugi, perché l’imperfezione deve essere abbracciata, accettata, solo così può emergere l’unicità dei miei studenti, solo così darò loro la forza di cercare una buona idea, di emergere vincitori anche da una situazione che sembra senza via di uscita.

    Il mio compito di docente è trasmettere la voglia di essere unico, imperfettamente unico.

  • Lasciate ogni aula o voi che non avete passione

    Lasciate ogni aula o voi che non avete passione

    Un giorno una collega mi disse: “Insegnare è un atto di amore”. E io non posso che essere d’accordo. La passione per l’insegnamento a scuola non è un ornamento: è la condizione minima per non fare danni.

    Ho passato vent’anni dopo la laurea a lavorare come ingegnere informatico, in aziende che mi hanno regalato grandi soddisfazioni e mi hanno fatto conoscere colleghi in gamba, con cui ho costruito intensi rapporti di reciproca stima.

    Nel mezzo del cammino di mia vita ho deciso di dedicarmi all’insegnamento, per – come dice Crepet – condividere l’esperienza che avevo vissuto così intensamente. È stata una decisione difficile, sapevo bene cosa lasciavo, ma sapevo anche che stavo scegliendo una professione che mi avrebbe dato tanto e a cui avrei potuto dedicarmi con passione ed entusiasmo.

    E sono felice che tutte le mie attese, tutti i miei sforzi, siano culminati in un lavoro che adoro.

    Adoro spendermi perché, anche mezza cosa, funzioni meglio, adoro le sveglie alle 5 per ripassare la lezione, adoro che ChatGPT mi sistemi una mail perché odio il burocratese, adoro perdermi in una conversazione di ore con una collega, adoro progettare lezioni o unità di apprendimento alternative, adoro inforcare la bicicletta e andare a scuola perché ogni giorno non è mai uguale al precedente.

    Sì, insegnare è un atto d’amore. E come tutti gli atti d’amore hanno bisogno di passione e prima di ricevere bisogna dare, perché ogni giorno ti ritrovi davanti quelli che saranno il futuro del nostro Paese e tu devi dar loro ciò che si aspettano. Solo così loro ti daranno soddisfazione e ti faranno sentire vivo.

    È facile puntare il dito contro le nuove generazioni – maleducati, irrispettosi, insolenti, arroganti, cafoni – tutto vero, forse. Ma si parla mai abbastanza del rovescio della medaglia? Degli insegnanti che NON insegnano? Di quelli che entrano a scuola già incazzati, pronti a lamentarsi di qualsiasi cosa, o che da 5, 10, 15, 20, 25 anni ripetono la stessa cantilena che gli studenti devono imparare a memoria per raggiungere il fatidico 6 — che poi arriva comunque, perché altrimenti bisognerebbe rientrare una settimana prima dai tre mesi di ferie estive.

    Davvero vogliamo far credere che con 100-200-300 euro in più al mese i peggiori colleghi si trasformeranno in Maria Montessori?

    Non succederà mai!

    Perché la scuola non è un ambiente meritocratico e, soprattutto, è un ambiente in cui – che tu faccia o che tu NON faccia – non devi mai rispondere a nessuno. Le rare volte in cui sei chiamato a rispondere ci sarà sempre un azzeccagarbugli di turno che ti tirerà fuori dai problemi.

    Quello dell’insegnante è il lavoro più bello del mondo.

    È una missione. La senti sotto pelle. Non sono un fan degli Ordini professionali ma dovrebbe esistere un Ordine degli Insegnanti dove, per entrare, devi sottoporti ad una sorta di giuramento di Ippocrate la cui prima regola è “primus non nocere” e da cui vieni allontanato se viene rilevato, oltre ogni ragionevole dubbio, che non sei in grado – o non hai più voglia – di insegnare.

    La conclusione di questo articolo è: l’insegnamento non è un secondo lavoro, è il tuo primo e unico.

    Se abbracci questa meravigliosa professione solo per avere pomeriggi liberi o tre mesi di ferie, per favore, vai a fare altro!

    La scuola non ha bisogno della tua ignoranza.