Author: Angela Zottarel

  • I matematici hanno i giorni contati?

    I matematici hanno i giorni contati?

    Nelle ultime settimane, uno degli argomenti più oscuri e affascinanti della matematica è sulla bocca di tutti: le equazioni di Navier-Stokes. Solitamente nominate quasi esclusivamente negli ambienti accademici, le recenti notizie sulla loro soluzione le hanno fatte conoscere al grande pubblico.

    Purtroppo, da matematica, tutta questa vicenda, quasi romanzesca, mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca.

    Prima di tutto, perché la valenza scientifica di questo importantissimo risultato sembra essere passata in secondo piano rispetto alle vicende personali che lo hanno accompagnato.

    A metà agosto, Tristan Buckmaster, professore alla NYU, e Levent Alpöge, matematico e ricercatore presso Anthropic, ottengono un importante risultato sulle equazioni di Eulero tridimensionali. Il risultato, reso pubblico all’inizio di settembre, rappresenta un significativo passo avanti verso il problema, ben più generale, delle equazioni di Navier–Stokes.

    Non appena si diffonde la voce che uno dei problemi del Millennio potrebbe essere vicino alla soluzione, OpenAI decide di impegnare una rete di agenti autonomi proprio nella risoluzione di questi problemi. Il progetto viene affidato a Sebastien Bubeck.

    Dopo circa 88 ore di calcolo continuo, il sistema produce un documento che OpenAI presenta come una soluzione al problema di Navier-Stokes. È il 5 settembre.

    Secondo il racconto di Buckmaster, a quel punto Bubeck lo contatta per comunicargli, in sostanza, che l’AI aveva battuto i matematici sul tempo. Inoltre, sembra anche che Bubeck proponga a Buckmaster di pubblicare per primo il suo risultato e, contemporaneamente, di partecipare come autore principale ad un articolo di OpenAI dedicato all’approfondimento della sua soluzione.

    Sembra una proposta stupefacente, ma Buckmaster la rifiuta prontamente perchè la ritiene scorretta. Secondo il racconto di Buckmaster, il problema è etico: il lavoro del collega Alpöge non sarebbe stato riconosciuto perché il ricercatore lavora presso la grande rivale di OpenAI, Anthropic.
    Se le cose sono andate davvero così, è difficile non provare amarezza: l’onestà intellettuale, che dovrebbe essere alla base di qualsiasi scoperta scientifica, rischierebbe di essere messa in secondo piano dalla rivalità tra due giganti dell’AI. Se questa versione fosse confermata, sarebbe davvero avvilente che queste scorrettezze mettessero in ombra ed anzi acquistassero più evidenza della scoperta stessa, soprattutto quando si tratta di uno dei problemi più celebri della matematica.

    Eppure, per quanto demoralizzante, questa è solo una delle cose che mi hanno rattristata. Una questione ben più profonda delle meschine rivalità tra aziende si nasconde dietro questa scoperta.

    L’impegno profuso da OpenAI nel risolvere i problemi del Millennio nasce precisamente nel momento in cui, nel mondo accademico, iniziano a circolare le prime voci sul lavoro di Buckmaster e Alpöge. A questo punto mi sorge spontanea la domanda: perchè? La spiegazione che mi viene più spontanea è che l’azienda guidata da Sam Altman voglia battere sul tempo i ricercatori umani. Come sappiamo, è esattamente quello che succede. Un sistema basato su una rete di agenti, capace di portare avanti autonomamente gran parte del lavoro matematico, arriva ad una soluzione del problema di Navier-Stokes. È vero che anche il lavoro di Buckmaster e Alpöge ha fatto uso di sistemi di intelligenza artificiale, alcuni marchiati proprio OpenAI, ma la componente umana era preponderante. Il risultato ottenuto invece dal team di Bubeck, come lui stesso sottolinea, è del tutto agentico.

    Siamo davvero arrivati al punto in cui il lavoro, a mio avviso eccelso, di una mente umana può essere sostituito dal lavoro di forza bruta di una macchina? E’ davvero più importante ottenere un risultato che assaporare il processo, talvolta lunghissimo e snervante, che porta alla famosa conclusione quod erat demostrandum?

    Mi sgomenta non poco vivere in un momento storico in cui il lavoro di una mente umana viene messo in secondo piano rispetto a quello di una rete neurale solo perchè richiede più tempo. Dopo tutto, nel mio cuore, continuo a credere che in matematica il percorso valga almeno quanto la conclusione.

  • Quando chi vende la tecnologia insegna come usarla

    Quando chi vende la tecnologia insegna come usarla

    Pochi giorni fa, Dario Amodei, cofondatore di Anthropic, ha lanciato un appello affinché la corsa verso un’intelligenza artificiale sempre più potente venga controllata. Eppure, la scuola sembra viaggiare su un binario opposto, nonostante recentemente alcuni Stati abbiano iniziato a imporre restrizioni all’uso dell’AI, almeno tra i giovanissimi.

    Questa apparente discordanza mi ha fatto tornare in mente un articolo riguardo il libro Coding Kids, della giornalista N. Singer.

    Negli Stati Uniti, grandi aziende come Microsoft, OpenAI e Alphabet offrono seminari gratuiti agli insegnanti di ogni ordine e grado, un po’ come le grandi compagnie farmaceutiche fanno con i medici.

    Da un lato, è essenziale che i docenti si mantengano aggiornati sulle ultime novità tecnologiche. Dall’altro, però, sorge spontanea una domanda: quale interesse hanno le aziende tecnologiche dietro questo servizio?

    D’altronde, questi seminari sono solo uno dei tanti modi in cui i giganti dell’hi-tech stanno permeando il mondo dell’educazione. Non solo: queste stesse realtà riforniscono le scuole degli strumenti necessari all’uso della tecnologia: laptop, tablet, sistemi operativi e software vari. Di conseguenza non è così difficile rendersi conto che, in qualità di fornitori, possono già avere un’influenza su cosa e come imparano gli studenti. Ed ecco il paradosso: le aziende che pubblicamente dichiarano la necessità di controllare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sono le stesse che spingono per portare i nuovi chatbot nelle scuole e sostengono l’inserimento dell’informatica già a partire dalla scuola primaria.

    Questo potenziale conflitto d’interessi è tutt’altro che facile da risolvere. A mio avviso, conoscere e utilizzare consapevolmente le nuove tecnologie è un passo che la scuola deve essere pronta a compiere.

    D’altra parte, nessuno di noi probabilmente vorrebbe un corso di ecologia ambientale sponsorizzato da una multinazionale petrolchimica.

    A questo punto la risposta al dilemma risiede in quello che per noi deve essere lo scopo profondo della scuola. Stimolare il pensiero critico negli studenti e aiutarli a scoprire e perseguire le loro passioni? Guidarli nella crescita personale, affinché diventino persone indipendenti? Oppure prepararli a inserirsi nel mondo del lavoro e a rispondere alle esigenze dell’industria emergente?

    Forse tutte queste cose assieme. Ma c’è una cosa che non possiamo lasciare decidere alla tecnologia: che tipo di scuola vogliamo costruire. L’intelligenza artificiale può essere uno strumento straordinario, ma rimane uno strumento. La domanda, allora, non è se dobbiamo portarla nelle nostre aule. La domanda è per fare cosa. E, soprattutto, per formare chi.

  • Il prezzo di un sorriso

    Il prezzo di un sorriso

    Ci sono giorni in cui abbiamo il sorriso stampato in faccia, senza pensarci. Quanto spesso accade è personale. Per me, quando entro a scuola, è quasi sempre così.

    Ci sono giorni in cui anche solo abbozzare un sorriso è un’impresa. Figuriamoci se poi uno sta male.

    Dopo cinque settimane immobile in un letto di ospedale ho imparato, forse, a dare un peso diverso alle giornate normali. A quei giorni in cui non siamo necessariamente entusiasti, ma in cui nulla di particolare ci turba.

    Cosa costa allora accennare un sorriso?

    Forse il valore di un sorriso sta proprio qui: nel fatto che, a volte, scegliamo di offrirlo anche quando gratuito non è.

    Ognuno di noi ha i suoi pensieri, le piccole o grandi situazioni non facili da gestire. Eppure sappiamo quanto bene possa fare essere salutati da un volto sorridente: è quasi terapeutico, una medicina per l’anima. Viceversa, essere salutati in maniera seriosa o, peggio, con un grugnito, ci mette a disagio.

    Pensiamo a quanta differenza può fare un’insegnante che entra in classe col sorriso. È un modo significativo per iniziare senza tensione una lezione.

    I miei studenti mi chiedono spesso perché sono sempre sorridente. La mia risposta standard è che già insegno una materia ostica, figuriamoci se la insegnassi anche senza sorriso.

    In realtà, per me entrare in classe è un piacere. Amo il mio lavoro e per questo lo faccio col sorriso. E in quei giorni in cui il sorriso fa più fatica ad emergere, lo tiro fuori lo stesso. Non sempre possiamo scegliere come ci sentiamo, ma possiamo scegliere, almeno un po’, come presentarci agli altri. E quando entro in classe voglio provare a portare con me quella parte che sa ancora sorridere. Perché un sorriso è preziosissimo. Lo è per gli studenti, che vedono un’insegnante che ama la propria materia e adora insegnarla. Ma lo è anche per noi e per il nostro equilibrio. Perché, anche quando il sorriso inizialmente è un piccolo atto di volontà, dopo un po’ finisce per scaldare anche noi.

    Il sorriso ha un potere misterioso. Forse ha un prezzo, ma quasi sempre vale molto più di quanto costa. 

  • Mani pulite

    Mani pulite

    Il giorno del mio infortunio, mentre penzolavo nel vuoto, sentivo una sensazione insolita tra le gambe.
    Mi sono toccata. Le mani erano ricoperte di sangue.
    Le mie mani non avevano nulla. Nei momenti più concitati nessuno ci ha badato.
    Ma il sangue non va via da solo. Dopo due giorni avevo ancora le mani sporche.

    Non ero più in pericolo di vita ma nessuno ha pensato alle mie mani.
    Non è una accusa a nessuno, sono grata a tutti per quello che hanno fatto e continuano a fare per me.

    Questa esperienza è diventata una metafora che voglio portare nella mia professione.

    A volte assistiamo a cose che non sono catastrofiche. Di certo non questioni di vita o morte. E le lasciamo andare.

    Magari abbiamo altro per la testa, siamo stanchi, o arrabbiati o abbiamo fretta di andare a casa.

    Ma questa esperienza mi ha fatto capire che anche le cose piccole contano, che anche le esperienze che non sembrano traumatiche meritano attenzione, che dobbiamo dedicare due minuti, due parole a quello che ci sembra fuori posto.

    Non lo sappiamo mai, ma una piccola attenzione può fare una grande differenza. Forse cambiare una giornata.

  • L’insegnante e la guida alpina

    L’insegnante e la guida alpina

    Io amo la montagna. E amo anche insegnare. A un certo punto mi sono resa conto che, nel mio tempo libero, potevo insegnare ad andare in montagna. Diventare istruttrice di alpinismo mi ha permesso di unire le mie due grandi passioni in un connubio davvero unico.

    Il percorso è stato in salita. Anzi, lo è ancora. Ma la soddisfazione che ne deriva giustifica sempre gli sforzi e le inevitabili battute d’arresto.

    Ma cosa lega me, insegnante e volontaria istruttrice, ai veri professionisti della montagna? Durante una delle uscite del corso di roccia abbiamo invitato un alpinista di spicco. Ci è sembrato un piccolo grande dono da offrire ai nostri allievi. È difficile descrivere la magia di questo incontro. Eravamo in un bellissimo rifugio di montagna circondati da guglie e pinnacoli. Il nostro ospite parlava con cordialità e semplicità, condividendo le sue avventure tra le pareti delle Dolomiti. Tutti i nostri allievi, tutti i miei compagni istruttori ascoltavano rapiti, e nel silenzio le sue gesta prendevano forma davanti ai nostri occhi. Il suo racconto mi ha tenuta con il fiato sospeso. Ed è stato particolarmente illuminante quando ha parlato della sua esperienza come guida alpina.

    Infatti, dalle sue parole traspariva forte la passione per il suo lavoro. Un lavoro che non consiste nel portare le persone come dei pacchi in cima a una montagna, ma nel condividere emozioni uniche e, proprio attraverso di esse, crescere insieme. In quel momento ammetto di essermi emozionata perchè il legame con il mio lavoro mi è apparso più chiaro che mai.

    Il lavoro di insegnante, un po’ come quello di guida alpina, è quello di accompagnare gli allievi nel difficile percorso di crescita e realizzazione personale. Non è pensabile che in questo sentiero, spesso in salita, i ragazzi possano essere trainati come dei corpi inerti. Non è neppure ammissibile che questo percorso sia vissuto con distacco e freddezza.

    C’è anche un altro aspetto che accomuna una guida alpina e un insegnante. Così come per una guida alpina talvolta arriva il momento di ricordare bene chi guida e chi è accompagnato, così è per l’insegnante. Nonostante sia inevitabile condividere una parte di noi con gli studenti, i ruoli devono essere sempre chiari e rispettati. È anche per questo che credo che un insegnante non debba diventare un amico dello studente.

    Mi piace pensare che, quando entro in classe, sono un po’ guida alpina. Mi piace pensare che, se svolgo al meglio il mio lavoro, posso dare ai miei studenti la possibilità di raggiungere le cime più alte. Ma soprattutto mi piace pensare che, arrivati in cima, siano diventati capaci di scegliere da soli quale sarà la montagna successiva.

  • Il coraggio di ascoltare la voce degli studenti

    Il coraggio di ascoltare la voce degli studenti

    Se qualcuno mi chiedesse quali sono i professionisti che più temono la valutazione, scoppierei in una risata amara. Infatti la risposta è paradossale: sono proprio coloro che della valutazione hanno fatto la loro carriera, gli insegnanti.

    E ne ho avuto l’ennesima conferma pochi giorni fa, quando ho proposto ad alcuni colleghi di sottoporre ai propri studenti un questionario di fine anno. Parliamo di colleghi che stimo, che sono apprezzati dai propri studenti e che fanno davvero un buon lavoro. Eppure, è bastato nominare un questionario perché nei loro occhi comparisse il terrore.

    Nessuno di noi, insegnante o meno, vive il giudizio in assoluta serenità. Io per prima. Forse è proprio per questo che tendiamo a evitarlo quando possiamo. E non c’è nulla di male: fa parte del nostro essere umani. Ma come docente so che sarò giudicata dal primo istante che metto piede in una nuova classe. Che io lo voglia o meno. E non solo. Sarò giudicata su una scala di valori che spesso va ben oltre il modo in cui spiego matematica. Ha davvero senso fare lo struzzo e fingere che i miei studenti non abbiano alcuna opinione su di me e sul mio operato? Secondo me no. Ecco perchè ho scelto di uscire dalla mia comfort zone: affrontare le mie sacrosante insicurezze e prestare ascolto alla voce delle persone che sono il fulcro del mio lavoro.

    Non mentirò: mi tremano ancora le mani quando sto per cliccare il fatidico link che mi permetterà di leggere le risposte dei miei studenti. Eppure, posso dire con assoluta sincerità che da questi questionari ho portato a casa qualcosa di inestimabile. A volte ho versato lacrime di commozione per elogi che non mi aspettavo. Altre volte ho riflettuto profondamente su aspetti metodologici che mi hanno colto di sorpresa. Altre ancora ho ricevuto critiche. Le critiche mi hanno fatto male, mi hanno fatto arrabbiare. Ma, una volta messo da parte il mio orgoglio ferito, sono state quelle da cui ho imparato di più.

    Sono infinitamente grata a tutti i miei studenti che, una volta terminata la scuola, hanno scelto di dedicarmi cinque minuti del loro tempo per valutarmi. So che, grazie a loro, il prossimo anno potrò correggere alcuni dei miei errori. Per farne di nuovi, questo è ovvio, ma potrò anche continuare a migliorarmi, come insegnante e come persona.

  • L’arte di lasciar andare

    L’arte di lasciar andare

    “C’è questa cosa che non avevo mai capito nella vita e che ho scoperto molto tardi ed è che ti giochi una buona quantità delle tue possibilità di stare sul pianeta Terra con felicità sulla capacità che hai di lasciar andare le cose”

    Queste parole, tratte da un’intervista ad Alessandro Baricco, mi hanno colpita profondamente. Da allora sono convinta che una parte importante della nostra felicità dipenda proprio dalla capacità di lasciar andare.

    Questa semplice verità può essere applicata a tutti gli aspetti della nostra vita e, come insegnante, è fondamentale anche nel mio lavoro. In questi anni e dopo alcune esperienze quasi traumatiche, ho capito una cosa: ogni volta che entro in classe devo farlo come se fosse la prima. Non posso portarmi dietro l’arrabbiatura del giorno prima, né prendere sul personale ogni episodio che possa avermi infastidita. Può sembrare un atteggiamento troppo distaccato, ma in realtà è la capacità di dare il giusto peso alle cose.

    Non sono immune alle sfuriate. Anzi, capita che perda la calma per quelle che i miei studenti definiscono “piccole cose”. Ho imparato, però, che dopo aver proferito l’immancabile anatema devo fare un respiro profondo (magari due) e lasciar andare. Fiduciosa che, nel silenzio quasi palpabile che segue, il messaggio sia arrivato chiaro e forte. Nulla di buono verrebbe dal continuare la spiegazione arrabbiata. Sarebbe addirittura un disastro se il giorno dopo non riuscissi ad entrare, in quella stessa classe, con il sorriso.

    Dobbiamo lasciar andare le emozioni che potrebbero pietrificarci in atteggiamenti di eccessiva rigidità. Il rancore è un sentimento che non deve mai mettere piede in un’aula scolastica. Con gli studenti dobbiamo parlare: con fermezza, con decisione, guardandoli negli occhi. Questa franchezza li aiuterà a maturare molto più del peso di un risentimento nato, magari, da una semplice giornata andata storta.