Tag: studenti

  • Il prezzo di un sorriso

    Il prezzo di un sorriso

    Ci sono giorni in cui abbiamo il sorriso stampato in faccia, senza pensarci. Quanto spesso accade è personale. Per me, quando entro a scuola, è quasi sempre così.

    Ci sono giorni in cui anche solo abbozzare un sorriso è un’impresa. Figuriamoci se poi uno sta male.

    Dopo cinque settimane immobile in un letto di ospedale ho imparato, forse, a dare un peso diverso alle giornate normali. A quei giorni in cui non siamo necessariamente entusiasti, ma in cui nulla di particolare ci turba.

    Cosa costa allora accennare un sorriso?

    Forse il valore di un sorriso sta proprio qui: nel fatto che, a volte, scegliamo di offrirlo anche quando gratuito non è.

    Ognuno di noi ha i suoi pensieri, le piccole o grandi situazioni non facili da gestire. Eppure sappiamo quanto bene possa fare essere salutati da un volto sorridente: è quasi terapeutico, una medicina per l’anima. Viceversa, essere salutati in maniera seriosa o, peggio, con un grugnito, ci mette a disagio.

    Pensiamo a quanta differenza può fare un’insegnante che entra in classe col sorriso. È un modo significativo per iniziare senza tensione una lezione.

    I miei studenti mi chiedono spesso perché sono sempre sorridente. La mia risposta standard è che già insegno una materia ostica, figuriamoci se la insegnassi anche senza sorriso.

    In realtà, per me entrare in classe è un piacere. Amo il mio lavoro e per questo lo faccio col sorriso. E in quei giorni in cui il sorriso fa più fatica ad emergere, lo tiro fuori lo stesso. Non sempre possiamo scegliere come ci sentiamo, ma possiamo scegliere, almeno un po’, come presentarci agli altri. E quando entro in classe voglio provare a portare con me quella parte che sa ancora sorridere. Perché un sorriso è preziosissimo. Lo è per gli studenti, che vedono un’insegnante che ama la propria materia e adora insegnarla. Ma lo è anche per noi e per il nostro equilibrio. Perché, anche quando il sorriso inizialmente è un piccolo atto di volontà, dopo un po’ finisce per scaldare anche noi.

    Il sorriso ha un potere misterioso. Forse ha un prezzo, ma quasi sempre vale molto più di quanto costa. 

  • Mani pulite

    Mani pulite

    Il giorno del mio infortunio, mentre penzolavo nel vuoto, sentivo una sensazione insolita tra le gambe.
    Mi sono toccata. Le mani erano ricoperte di sangue.
    Le mie mani non avevano nulla. Nei momenti più concitati nessuno ci ha badato.
    Ma il sangue non va via da solo. Dopo due giorni avevo ancora le mani sporche.

    Non ero più in pericolo di vita ma nessuno ha pensato alle mie mani.
    Non è una accusa a nessuno, sono grata a tutti per quello che hanno fatto e continuano a fare per me.

    Questa esperienza è diventata una metafora che voglio portare nella mia professione.

    A volte assistiamo a cose che non sono catastrofiche. Di certo non questioni di vita o morte. E le lasciamo andare.

    Magari abbiamo altro per la testa, siamo stanchi, o arrabbiati o abbiamo fretta di andare a casa.

    Ma questa esperienza mi ha fatto capire che anche le cose piccole contano, che anche le esperienze che non sembrano traumatiche meritano attenzione, che dobbiamo dedicare due minuti, due parole a quello che ci sembra fuori posto.

    Non lo sappiamo mai, ma una piccola attenzione può fare una grande differenza. Forse cambiare una giornata.

  • L’insegnante e la guida alpina

    L’insegnante e la guida alpina

    Io amo la montagna. E amo anche insegnare. A un certo punto mi sono resa conto che, nel mio tempo libero, potevo insegnare ad andare in montagna. Diventare istruttrice di alpinismo mi ha permesso di unire le mie due grandi passioni in un connubio davvero unico.

    Il percorso è stato in salita. Anzi, lo è ancora. Ma la soddisfazione che ne deriva giustifica sempre gli sforzi e le inevitabili battute d’arresto.

    Ma cosa lega me, insegnante e volontaria istruttrice, ai veri professionisti della montagna? Durante una delle uscite del corso di roccia abbiamo invitato un alpinista di spicco. Ci è sembrato un piccolo grande dono da offrire ai nostri allievi. È difficile descrivere la magia di questo incontro. Eravamo in un bellissimo rifugio di montagna circondati da guglie e pinnacoli. Il nostro ospite parlava con cordialità e semplicità, condividendo le sue avventure tra le pareti delle Dolomiti. Tutti i nostri allievi, tutti i miei compagni istruttori ascoltavano rapiti, e nel silenzio le sue gesta prendevano forma davanti ai nostri occhi. Il suo racconto mi ha tenuta con il fiato sospeso. Ed è stato particolarmente illuminante quando ha parlato della sua esperienza come guida alpina.

    Infatti, dalle sue parole traspariva forte la passione per il suo lavoro. Un lavoro che non consiste nel portare le persone come dei pacchi in cima a una montagna, ma nel condividere emozioni uniche e, proprio attraverso di esse, crescere insieme. In quel momento ammetto di essermi emozionata perchè il legame con il mio lavoro mi è apparso più chiaro che mai.

    Il lavoro di insegnante, un po’ come quello di guida alpina, è quello di accompagnare gli allievi nel difficile percorso di crescita e realizzazione personale. Non è pensabile che in questo sentiero, spesso in salita, i ragazzi possano essere trainati come dei corpi inerti. Non è neppure ammissibile che questo percorso sia vissuto con distacco e freddezza.

    C’è anche un altro aspetto che accomuna una guida alpina e un insegnante. Così come per una guida alpina talvolta arriva il momento di ricordare bene chi guida e chi è accompagnato, così è per l’insegnante. Nonostante sia inevitabile condividere una parte di noi con gli studenti, i ruoli devono essere sempre chiari e rispettati. È anche per questo che credo che un insegnante non debba diventare un amico dello studente.

    Mi piace pensare che, quando entro in classe, sono un po’ guida alpina. Mi piace pensare che, se svolgo al meglio il mio lavoro, posso dare ai miei studenti la possibilità di raggiungere le cime più alte. Ma soprattutto mi piace pensare che, arrivati in cima, siano diventati capaci di scegliere da soli quale sarà la montagna successiva.

  • Il coraggio di ascoltare la voce degli studenti

    Il coraggio di ascoltare la voce degli studenti

    Se qualcuno mi chiedesse quali sono i professionisti che più temono la valutazione, scoppierei in una risata amara. Infatti la risposta è paradossale: sono proprio coloro che della valutazione hanno fatto la loro carriera, gli insegnanti.

    E ne ho avuto l’ennesima conferma pochi giorni fa, quando ho proposto ad alcuni colleghi di sottoporre ai propri studenti un questionario di fine anno. Parliamo di colleghi che stimo, che sono apprezzati dai propri studenti e che fanno davvero un buon lavoro. Eppure, è bastato nominare un questionario perché nei loro occhi comparisse il terrore.

    Nessuno di noi, insegnante o meno, vive il giudizio in assoluta serenità. Io per prima. Forse è proprio per questo che tendiamo a evitarlo quando possiamo. E non c’è nulla di male: fa parte del nostro essere umani. Ma come docente so che sarò giudicata dal primo istante che metto piede in una nuova classe. Che io lo voglia o meno. E non solo. Sarò giudicata su una scala di valori che spesso va ben oltre il modo in cui spiego matematica. Ha davvero senso fare lo struzzo e fingere che i miei studenti non abbiano alcuna opinione su di me e sul mio operato? Secondo me no. Ecco perchè ho scelto di uscire dalla mia comfort zone: affrontare le mie sacrosante insicurezze e prestare ascolto alla voce delle persone che sono il fulcro del mio lavoro.

    Non mentirò: mi tremano ancora le mani quando sto per cliccare il fatidico link che mi permetterà di leggere le risposte dei miei studenti. Eppure, posso dire con assoluta sincerità che da questi questionari ho portato a casa qualcosa di inestimabile. A volte ho versato lacrime di commozione per elogi che non mi aspettavo. Altre volte ho riflettuto profondamente su aspetti metodologici che mi hanno colto di sorpresa. Altre ancora ho ricevuto critiche. Le critiche mi hanno fatto male, mi hanno fatto arrabbiare. Ma, una volta messo da parte il mio orgoglio ferito, sono state quelle da cui ho imparato di più.

    Sono infinitamente grata a tutti i miei studenti che, una volta terminata la scuola, hanno scelto di dedicarmi cinque minuti del loro tempo per valutarmi. So che, grazie a loro, il prossimo anno potrò correggere alcuni dei miei errori. Per farne di nuovi, questo è ovvio, ma potrò anche continuare a migliorarmi, come insegnante e come persona.

  • Il mestiere scomodo di preparare al futuro

    Il mestiere scomodo di preparare al futuro

    Io faccio l’insegnante e sono un rompicoglioni. Lo so, e mi dispiace pure esserlo. Però è l’unico modo che conosco per aiutare i miei studenti a sviluppare autonomia, responsabilità e capacità di affrontare il futuro.

    Io ho 90 settimane scarse di tempo per preparare i miei studenti a quello che li aspetterà: il futuro. Sento forte la pressione, a volte mi sveglio di notte con gli incubi di non aver fatto abbastanza, continuo a mettere la sveglia alle 4:30.

    Insegnare significa trasmettere conoscenze, certo, ma soprattutto facilitare la costruzione di quelle competenze che diventano fondamentali nei processi di apprendimento. Non è mero nozionismo. È, piuttosto, una forma di maieutica, per dirla con Socrate: usare il dialogo e le domande giuste per aiutare l’altro a tirare fuori il proprio pensiero, a costruire risposte, a sviluppare senso critico. Non imporre conoscenze preconfezionate, ma aiutare gli studenti a diventare capaci di pensare.

    Mi piace molto una frase di Velasco che sostiene che bisogna imparare a schiacciare palloni alzati male; è facile schiacciare palloni alzati bene. Questa, per me, è una metafora della vita. Noi dobbiamo insegnare ai nostri ragazzi a essere autonomi, a risolvere situazioni diverse, anche quelle scomode, anche quelle che li costringono a uscire dalla propria comfort zone.

    Non è un caso che le tanto decantate competenze si compongano di autonomia e responsabilità. 

    L’autonomia non nasce quando tutto è chiaro, ordinato e prevedibile. Nasce quando lo studente si trova davanti a un problema, sente di potercela fare, prova una strada, magari sbaglia, perché nessuno è perfetto , ma poi torna indietro e riparte. La responsabilità nasce lì: nel momento in cui capisce che il suo modo di affrontare le cose conta.

    Forse essere un rompicoglioni, a scuola, significa anche questo: non accontentarsi di prepararli solo quando il pallone è alzato bene, ma allenarli a restare lucidi anche quando arriva storto.

  • L’arte di lasciar andare

    L’arte di lasciar andare

    “C’è questa cosa che non avevo mai capito nella vita e che ho scoperto molto tardi ed è che ti giochi una buona quantità delle tue possibilità di stare sul pianeta Terra con felicità sulla capacità che hai di lasciar andare le cose”

    Queste parole, tratte da un’intervista ad Alessandro Baricco, mi hanno colpita profondamente. Da allora sono convinta che una parte importante della nostra felicità dipenda proprio dalla capacità di lasciar andare.

    Questa semplice verità può essere applicata a tutti gli aspetti della nostra vita e, come insegnante, è fondamentale anche nel mio lavoro. In questi anni e dopo alcune esperienze quasi traumatiche, ho capito una cosa: ogni volta che entro in classe devo farlo come se fosse la prima. Non posso portarmi dietro l’arrabbiatura del giorno prima, né prendere sul personale ogni episodio che possa avermi infastidita. Può sembrare un atteggiamento troppo distaccato, ma in realtà è la capacità di dare il giusto peso alle cose.

    Non sono immune alle sfuriate. Anzi, capita che perda la calma per quelle che i miei studenti definiscono “piccole cose”. Ho imparato, però, che dopo aver proferito l’immancabile anatema devo fare un respiro profondo (magari due) e lasciar andare. Fiduciosa che, nel silenzio quasi palpabile che segue, il messaggio sia arrivato chiaro e forte. Nulla di buono verrebbe dal continuare la spiegazione arrabbiata. Sarebbe addirittura un disastro se il giorno dopo non riuscissi ad entrare, in quella stessa classe, con il sorriso.

    Dobbiamo lasciar andare le emozioni che potrebbero pietrificarci in atteggiamenti di eccessiva rigidità. Il rancore è un sentimento che non deve mai mettere piede in un’aula scolastica. Con gli studenti dobbiamo parlare: con fermezza, con decisione, guardandoli negli occhi. Questa franchezza li aiuterà a maturare molto più del peso di un risentimento nato, magari, da una semplice giornata andata storta.

  • Gli insegnanti invisibili

    Gli insegnanti invisibili

    Degli insegnanti invisibili nella scuola non te ne accorgi, compaiono e scompaiono come il vento.

    Gli invisibili non sono i docenti discreti, non sono quelli che lavorano in silenzio, non sono quelli che attraversano un momento difficile. Gli invisibili sono altro: sono quelli che hanno scelto di non esserci. Hanno capito che nella scuola, spesso, chi non disturba non viene disturbato. E allora non disturbano. Non sono empatici, non prendono posizione, non rischiano una parola, non accendono un conflitto, non costruiscono un rapporto. Passano. Timbrano. Spiegano il minimo: leggono monotonicamente chilometri di slide che nessuno studente ascolta. Valutano il minimo. Pretendono il minimo.
    Il problema è che il minimo, a scuola, non è neutro. Il minimo educa comunque. Educa alla mediocrità, alla rinuncia, all’idea che basti attraversare i luoghi senza abitarli.

    Il loro è un comportamento consapevole: una strategia di sopravvivenza fondata sul comodo anonimato e sulla fuga dalla responsabilità educativa. Per loro la scuola è un bancomat, il 23 di ogni mese prelevano uno stipendio che non hanno davvero onorato.
    Gli invisibili sono la metastasi silenziosa della scuola; non fanno rumore, non provocano scandali, non lasciano tracce evidenti, la stanno divorando dall’interno.
    Consumano lentamente ciò che dovrebbe essere vivo: il desiderio di imparare, la fiducia negli adulti, l’idea che la scuola possa ancora vedere uno studente, riconoscerlo, prendersene cura.

  • Due lune e un paio di mocassini: insegnare senza giudicare

    Due lune e un paio di mocassini: insegnare senza giudicare

    Ogni studente ha una storia che non sempre siamo autorizzati a conoscere, ma che dovremmo almeno immaginare. I nativi americani dicevano che non si dovrebbe giudicare una persona prima di aver camminato per due lune nei suoi mocassini. Forse insegnare significa anche questo: ricordarsi che, prima di giudicare un ragazzo svogliato, pigro, arrogante o incapace, dovremmo avere l’umiltà di domandarci quale strada abbia percorso prima di arrivare fino a noi.

    In questi anni mi è successo più di una volta di trovarmi di fronte ad uno studente facilmente etichettabile come svogliato, maleducato, sbruffone o, peggio di tutti, incapace.
    Ma mi è anche capitato, magari per caso, di leggere un suo testo, di sentire alcune parole dette ai suoi compagni, di incontrare la sua famiglia, insomma di avere uno scorcio della sua vita privata. Quella che fa di tutto per nascondere. E mi sono resa conto che, nella maggior parte dei casi, l’apparenza inganna davvero. Queste esperienze sono state difficili da digerire, perchè mi hanno fatto rendere conto di quanto fossi stata superficiale e, sostanzialmente, iniqua. Ho portato a casa una grande lezione però, che è probabilmente diventata la base fondante del mio modello di insegnamento: fino a prova contraria, lo studente si merita una chance.

    Ho imparato a cercare sempre il lato positivo nei miei studenti, che non vuol dire offrirgli una scusante, ma essere aperta a non saltare immediatamente a rapide conclusioni. Ho scelto coscientemente di correre il rischio di essere presa in giro, talvolta, perchè non riuscirei mai a perdonarmi di aver sbattuto la porta in faccia ad un ragazzo che invece aveva bisogno solo di essere capito. Questo non significa che io accetti comportamenti scorretti o che perdoni qualsiasi cosa ai miei studenti, anzi, vuol dire parlargli francamente, riprenderli anche duramente se è necessario, ma nel mio cuore c’è sempre un punto fisso: io gli voglio bene e loro questo lo capiscono anche senza tante parole.

  • Lasciate ogni aula o voi che non avete passione

    Lasciate ogni aula o voi che non avete passione

    Un giorno una collega mi disse: “Insegnare è un atto di amore”. E io non posso che essere d’accordo. La passione per l’insegnamento a scuola non è un ornamento: è la condizione minima per non fare danni.

    Ho passato vent’anni dopo la laurea a lavorare come ingegnere informatico, in aziende che mi hanno regalato grandi soddisfazioni e mi hanno fatto conoscere colleghi in gamba, con cui ho costruito intensi rapporti di reciproca stima.

    Nel mezzo del cammino di mia vita ho deciso di dedicarmi all’insegnamento, per – come dice Crepet – condividere l’esperienza che avevo vissuto così intensamente. È stata una decisione difficile, sapevo bene cosa lasciavo, ma sapevo anche che stavo scegliendo una professione che mi avrebbe dato tanto e a cui avrei potuto dedicarmi con passione ed entusiasmo.

    E sono felice che tutte le mie attese, tutti i miei sforzi, siano culminati in un lavoro che adoro.

    Adoro spendermi perché, anche mezza cosa, funzioni meglio, adoro le sveglie alle 5 per ripassare la lezione, adoro che ChatGPT mi sistemi una mail perché odio il burocratese, adoro perdermi in una conversazione di ore con una collega, adoro progettare lezioni o unità di apprendimento alternative, adoro inforcare la bicicletta e andare a scuola perché ogni giorno non è mai uguale al precedente.

    Sì, insegnare è un atto d’amore. E come tutti gli atti d’amore hanno bisogno di passione e prima di ricevere bisogna dare, perché ogni giorno ti ritrovi davanti quelli che saranno il futuro del nostro Paese e tu devi dar loro ciò che si aspettano. Solo così loro ti daranno soddisfazione e ti faranno sentire vivo.

    È facile puntare il dito contro le nuove generazioni – maleducati, irrispettosi, insolenti, arroganti, cafoni – tutto vero, forse. Ma si parla mai abbastanza del rovescio della medaglia? Degli insegnanti che NON insegnano? Di quelli che entrano a scuola già incazzati, pronti a lamentarsi di qualsiasi cosa, o che da 5, 10, 15, 20, 25 anni ripetono la stessa cantilena che gli studenti devono imparare a memoria per raggiungere il fatidico 6 — che poi arriva comunque, perché altrimenti bisognerebbe rientrare una settimana prima dai tre mesi di ferie estive.

    Davvero vogliamo far credere che con 100-200-300 euro in più al mese i peggiori colleghi si trasformeranno in Maria Montessori?

    Non succederà mai!

    Perché la scuola non è un ambiente meritocratico e, soprattutto, è un ambiente in cui – che tu faccia o che tu NON faccia – non devi mai rispondere a nessuno. Le rare volte in cui sei chiamato a rispondere ci sarà sempre un azzeccagarbugli di turno che ti tirerà fuori dai problemi.

    Quello dell’insegnante è il lavoro più bello del mondo.

    È una missione. La senti sotto pelle. Non sono un fan degli Ordini professionali ma dovrebbe esistere un Ordine degli Insegnanti dove, per entrare, devi sottoporti ad una sorta di giuramento di Ippocrate la cui prima regola è “primus non nocere” e da cui vieni allontanato se viene rilevato, oltre ogni ragionevole dubbio, che non sei in grado – o non hai più voglia – di insegnare.

    La conclusione di questo articolo è: l’insegnamento non è un secondo lavoro, è il tuo primo e unico.

    Se abbracci questa meravigliosa professione solo per avere pomeriggi liberi o tre mesi di ferie, per favore, vai a fare altro!

    La scuola non ha bisogno della tua ignoranza.