Imperfezione significa anche essere a disagio, uscire dalla nostra comfort zone; significa trovarsi in difficoltà e dover gestire l’ansia sotto pressione.
Se io spiano costantemente la strada, se semplifico tutto, se regalo tutto, se cancello quell’ansia che in piccole dosi permette di superare i propri limiti, lo studente ne uscirà uniformato, appiattito e, in definitiva, sminuito.
Il kintsugi è un’antica arte giapponese che consiste nel riparare ceramiche rotte unendo i frammenti con resina o lacca e polvere d’oro, argento o platino. Anziché nascondere le crepe, la tecnica le valorizza, trasformando l’oggetto rotto in un’opera dal valore ancora più grande.
Io devo essere un po’ come un maestro di kintsugi, perché l’imperfezione deve essere abbracciata, accettata, solo così può emergere l’unicità dei miei studenti, solo così darò loro la forza di cercare una buona idea, di emergere vincitori anche da una situazione che sembra senza via di uscita.
Il mio compito di docente è trasmettere la voglia di essere unico, imperfettamente unico.


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